Il primo caso giurisprudenziale italiano sull’AI e il lavoro
L’intelligenza artificiale non licenzia ancora direttamente, ma inizia ad apparire nelle aule dei tribunali italiani. La sentenza n. 9135 del 19 novembre 2025 del Tribunale di Roma rappresenta uno dei primi casi in cui l’AI compare esplicitamente in una controversia lavorativa. La vicenda riguarda una graphic designer licenziata per giustificato motivo oggettivo dopo che l’azienda, una società di cybersecurity, aveva integrato strumenti di intelligenza artificiale nella propria organizzazione.
Il caso è significativo perché documenta come l’automazione stia entrando concretamente nelle dinamiche occupazionali italiane, non come causa giuridica autonoma ma come strumento di efficientamento aziendale. La dipendente, inquadrata al IV livello del CCNL Commercio Terziario, aveva lavorato dall’azienda dal marzo 2022 al maggio 2023 prima del licenziamento.
Le motivazioni del tribunale: quando l’AI diventa strumento organizzativo
Il Tribunale di Roma, IV Sezione Lavoro, giudice Paola Lucarelli, ha ritenuto legittime le ragioni del datore di lavoro applicando i principi tradizionali del diritto del lavoro. La sentenza documenta una grave crisi economico-finanziaria: trasformazione da SpA a Srl, dimezzamento dell’organico da venti a dieci dipendenti, sfratto per morosità dalla sede legale e avvio di una procedura negoziata per crisi d’impresa.
In questo contesto, l’azienda ha deciso di concentrarsi esclusivamente sul core business – sviluppo software e cybersecurity – eliminando settori come il design grafico. Il Marketing Manager ha testimoniato che gli strumenti di intelligenza artificiale utilizzati dai responsabili aziendali “garantivano un alto livello di qualità, permettevano di risparmiare economicamente e di velocizzare i tempi della prestazione lavorativa”.
Il principio del repêchage e i suoi limiti pratici
Un aspetto cruciale della sentenza riguarda l’impossibilità del cosiddetto repêchage, cioè la ricollocazione della lavoratrice in altre mansioni. Il tribunale ha accertato che l’azienda aveva abbandonato progressivamente il settore del design per concentrarsi su progetti richiedenti competenze tecniche specifiche diverse da quelle possedute dalla dipendente.
La decisione non introduce scorciatoie tecnologiche al licenziamento. La legittimità resta ancorata agli stessi criteri che da decenni regolano il giustificato motivo oggettivo – esattamente come accadde quando i software contabili sostituirono progressivamente alcune mansioni tradizionali dei contabili.
Efficienza d’impresa contro tutele sociali: un equilibrio precario
Dal punto di vista giuridico il ragionamento appare coerente, ma sul piano sociale solleva interrogativi che vanno oltre il singolo caso. Nel mercato del lavoro italiano – caratterizzato da bassa mobilità, difficoltà di riqualificazione e un tessuto produttivo composto principalmente da piccole e medie imprese – ogni riorganizzazione che elimina posti rischia di tradursi in esclusione duratura piuttosto che in reale transizione professionale.
L’intelligenza artificiale non costituisce il problema giuridico in sé, ma diventa un acceleratore economico: rende più rapidi i processi di razionalizzazione, abbassa i costi, consente a meno persone di svolgere più funzioni. Tutto perfettamente legittimo in termini di libertà d’impresa, ma con effetti concreti sull’occupazione che il diritto del lavoro attuale fatica a governare.
Le tutele esistenti e la loro insufficienza pratica
Il principio del repêchage resta formalmente centrale, ma nella pratica si scontra spesso con organici ridotti, competenze sempre più specialistiche e investimenti limitati nella formazione. Come mostrano molte vertenze, l’obbligo per l’azienda di verificare la possibilità di ricollocare il lavoratore in mansioni compatibili diventa frequentemente un adempimento formale più che sostanziale.
I giuslavoristi che hanno analizzato la sentenza concordano: il tribunale non ha cambiato le regole del gioco, ha applicato quelle esistenti a una realtà produttiva che evolve più rapidamente del quadro normativo. Proprio qui si apre la questione più ampia, che la giurisprudenza da sola non può risolvere.
Governare l’innovazione tecnologica: la sfida che il diritto non può ignorare
Se l’innovazione tecnologica viene utilizzata prevalentemente come leva di riduzione dei costi, senza politiche di accompagnamento, riqualificazione e tutela attiva dei lavoratori, il rischio è che il diritto del lavoro continui a legittimare trasformazioni formalmente corrette ma socialmente squilibrate.
La sentenza di Roma segna l’ingresso dell’intelligenza artificiale nella normalità del contenzioso del lavoro. Non consacra l’automazione né abdica all’algoritmo, ma pone un interrogativo ineludibile: come governare l’innovazione senza trasformarla in una silenziosa macchina di erosione occupazionale?
Il sistema nel suo complesso – imprese, sindacati, legislatore – è chiamato a costruire strumenti nuovi. Strumenti che vadano oltre la logica del singolo rapporto di lavoro e affrontino le trasformazioni strutturali del mercato del lavoro nell’era dell’intelligenza artificiale. La giurisprudenza può applicare le norme vigenti, ma non può sostituirsi alle scelte di politica economica e sociale necessarie per gestire questa transizione.
