Cloudflare sfida Piracy Shield: perché una multa da 14 milioni cambia tutto per internet

Quando un’azienda tech dice no alla censura di stato

Quattordici milioni di euro. Anzi, per la precisione: €14.247.698. Questa è la cifra che AGCOM ha appiccicato a Cloudflare per aver rifiutato di bloccare siti pirata attraverso il suo servizio DNS 1.1.1.1. E la risposta di Matthew Prince, CEO di Cloudflare? “Play stupid games, win stupid prizes.” Tradotto: giocate a fare i furbi, beccatevi le conseguenze.

Ma aspettate – questa non è la solita storia di pirateria vs copyright. Qui si parla di qualcosa di molto più grosso: chi decide cosa potete vedere su internet e con quale processo.

Piracy Shield: il sistema che blocca prima e chiede dopo (forse)

Partiamo dalle basi. Piracy Shield è il sistema anti-pirateria italiano lanciato nel 2024. Il concetto? I titolari dei diritti segnalano un indirizzo IP o dominio, e gli ISP devono bloccarlo entro 30 minuti. Trenta. Minuti.

Per darvi un’idea: in Francia, un sistema simile concede fino a tre giorni. In Italia? Mezz’ora. Zero tempo per verificare se quel sito è effettivamente pirata o se magari – ops – avete appena bloccato Google Drive per errore. Che è esattamente quello che è successo nell’ottobre 2024, causando un blackout di tre ore per milioni di italiani.

I numeri che fanno impressione

  • Oltre 65.000 domini bloccati dal lancio
  • Circa 14.000 indirizzi IP oscurati
  • Centinaia di siti legittimi colpiti per sbaglio (stima conservativa, dicono i ricercatori)
  • 13,5% degli utenti ancora bloccati a livello IP dopo 12 ore dal caso Google Drive

Ecco il punto che mi fa alzare le sopracciglia: la piattaforma Piracy Shield è stata sviluppata da una società affiliata alla Lega Serie A. Sì, proprio quella che è tra i pochissimi soggetti autorizzati a segnalare contenuti da bloccare. Conflitto di interessi? Ma figuriamoci.

La posizione di Cloudflare: non è censura, è architettura di controllo

Prince non ha usato mezze misure nel suo post. Ha parlato di “schema per censurare internet” gestito da una “cabala oscura di élite mediatiche europee”. Toni forti? Sicuramente. Ma guardate cosa richiedeva l’ordine di AGCOM:

Cloudflare avrebbe dovuto installare filtri sui 200 miliardi di richieste DNS giornaliere al suo resolver 1.1.1.1. E qui – credetemi – sta il problema tecnico vero. Non stiamo parlando di bloccare qualche sito. Stiamo parlando di rallentare potenzialmente tutto il traffico DNS per tutti gli utenti, ovunque.

AGCOM sostiene che gli IP bloccati erano “univocamente destinati alla violazione del copyright”. Ma i ricercatori che hanno analizzato il sistema nel settembre 2025 raccontano una storia diversa: 6.712 domini legittimi completamente bloccati, altri 402 parzialmente colpiti. E questa è la stima al ribasso.

Le minacce di Cloudflare all’Italia

Prince ha messo sul tavolo quattro carte pesanti:

  • Stop ai servizi gratuiti di cybersecurity per le Olimpiadi Milano-Cortina 2026
  • Fine dei servizi Cloudflare gratuiti per utenti italiani
  • Rimozione di tutti i server dalle città italiane
  • Cancellazione dei piani per un ufficio Cloudflare in Italia

Bluff? Forse. Ma quando un’azienda che gestisce una fetta significativa del traffico internet globale minaccia di togliere l’infrastruttura da un paese… beh, qualcuno dovrebbe iniziare a preoccuparsi.

Il nodo dell’intelligenza artificiale nel blocco automatizzato

Qui la faccenda diventa interessante per chi si occupa di AI. Piracy Shield è essenzialmente un sistema di enforcement automatizzato. I titolari dei diritti caricano indirizzi sulla piattaforma, e il blocco scatta – idealmente – senza intervento umano significativo.

Il problema? Nessuna AI o sistema automatico può distinguere con certezza al 100% tra un server che ospita streaming pirata e uno che condivide lo stesso range IP ma serve contenuti legittimi. Gli streamer illegali, intanto, si sono adattati: IPv6, VPN, resolver DNS alternativi, distribuzione sui social. Il sistema sta perdendo una partita a rincorrersi mentre colpisce vittime collaterali.

E gli abbonamenti legali? DAZN ha visto audience stagnante nel 2024. Bloccare 65.000 domini non ha spostato l’ago della bilancia verso lo streaming legale. Sorpresa.

Quando l’automazione incontra la responsabilità legale

C’è un aspetto che gli ISP italiani sottolineano con preoccupazione: la legislazione europea classifica i provider come “mere conduit” – semplici vettori di dati, esenti da responsabilità sui contenuti che transitano. In Italia invece è stata introdotta responsabilità penale per gli ISP che non bloccano in tempo.

Dalia Coffetti dell’Associazione Provider Italiani propone alternative: cooperazione tra stati, strumenti penali tradizionali, soluzioni tecniche per degradare la qualità dello streaming illegale. Invece di bloccare IP a casaccio, insomma.

La Commissione Europea osserva preoccupata

La Commissione ha già definito Piracy Shield “preoccupante”. L’Italia non può invocare vagamente il Digital Services Act per giustificare poteri così estesi – questa la posizione di Bruxelles. La CCIA (che rappresenta Google, Cloudflare e altri) ha scritto formalmente alla Commissione chiedendo interventi.

Ma ecco il paradosso: mentre l’Europa discute di regolamentazione AI e trasparenza algoritmica, in Italia abbiamo un sistema di blocco che:

  • Non ha procedure di verifica chiare prima del blocco
  • Non offre meccanismi di ricorso per chi viene bloccato per errore
  • Opera con “quasi zero trasparenza” secondo gli analisti
  • Punisce chi chiede informazioni invece di chi commette errori

Cosa succede adesso

Prince ha detto che parlerà con funzionari del governo USA la prossima settimana. Cloudflare ha già avviato procedimenti legali contro lo schema di Piracy Shield – questa multa si aggiunge a una battaglia già in corso.

Un senatore italiano ha risposto che AGCOM è autorità indipendente, non è il governo a decidere. Tecnicamente vero. Ma la domanda resta: un sistema che blocca prima e verifica dopo – se verifica – è compatibile con internet come lo conosciamo?

I prossimi mesi diranno se Cloudflare manterrà le sue minacce, se l’Italia modificherà Piracy Shield, o se questo diventerà un precedente per altri paesi europei che guardano con interesse a strumenti simili.

Il precedente che nessuno voleva

Questa vicenda va oltre la pirateria sportiva. Stabilisce chi controlla l’infrastruttura DNS, quanto velocemente si può bloccare contenuto online senza supervisione giudiziaria, e se aziende tech globali devono piegarsi a richieste nazionali che considerano sproporzionate.

Se Cloudflare vince, altri servizi DNS potrebbero resistere a richieste simili. Se perde, ogni paese potrebbe pretendere filtri sui resolver DNS globali – trasformando internet in un mosaico di censure nazionali.

Per ora, 14 milioni di euro sono sul tavolo. E qualcuno dovrà decidere se il prezzo della libertà di internet vale quella cifra – o molto di più.